Come tutto è iniziato…

E’ già passato più di un anno da quest’ incubo che noi tutti conosciamo come “Covid 19”. Risale al 1 Dicembre 2019 infatti nella città cinese di Wuhan, provincia di Hubei, il caso di un uomo con segni di una polmonite anomala, poi rapidamente diffusasi in tutta la regione,  che soltanto il 24 gennaio 2020, sulla base di un’analisi retrospettiva, la rivista The Lancet identificava come il primo caso di una malattia nuova, mai vista precedentemente, con fattezze simili alla SARS del 2002, meno letale ma molto più contagiosa.

Successivamente ne fu identificata anche la causa, cioè un virus ad RNA della famiglia dei coronavirus, cui attribuirono il nome “Sars-COV2”, la cui malattia associata fu chiamata Covid-19, acronimo dall’inglese “Corona Virus Disease 2019”.

Il virus era arrivato dai pipistrelli, riuscendo gradualmente attraverso varie mutazioni ad infettare altri animali (pangolino, serpente,…), e successivamente anche l’uomo.

Una nuova minaccia: arrivano le varianti

Quanto più il virus persiste nell’ambiente, cambia i suoi ospiti e si moltiplica, tanto più ha possibilità di mutare fino ad assumere nuove caratteristiche, le quali riescono ad affermarsi e diffondersi se offrono un effettivo vantaggio per la sopravvivenza del virus stesso.

E’ quello a cui stiamo assistendo oggi con la nascita delle varianti, che minacciano sempre più il nostro ritorno alla tanto agognata normalità.

Il fatto che il virus muti non deve per ora allarmarci; tutti i virus che conosciamo mutano (esempio principe è quello dell’influenza stagionale). Gli attuali vaccini disponibili  permettono la produzione di anticorpi contro la proteina Spike (quella che il virus usa per attaccarsi ed entrare nelle nostre cellule), la quale non differisce di molto tra le varianti, almeno per la porzione poi riconosciuta dagli anticorpi che noi produciamo post vaccinazione.

Tra le varianti che si stanno diffondendo nel mondo ricordiamo le principali:

  • Inglese, nota anche come B.1.1.7, che ha dimostrato maggior trasmissibilità, ma per ora non ancora accertata maggiore gravità della malattia;
  • Sudafricana, nota come 501.V2, con maggiore trasmissibilità, minore di quella inglese. Un recente studio, seppur con pochi pazienti, sembra dimostrare che questa variante è resistente alla protezione offerta dal vaccino AstraZeneca;
  • Brasiliana, variante P.1, anch’essa con maggiore possibilità di trasmissione e reinfezione.

Il sempre maggiore interesse per le varianti ha fatto crescere la ricerca in campo genetico, con test di sequenziamento sempre più precisi per la ricerca e l’identificazione di nuove mutazioni e del loro significato fisiopatologico.

I dati a disposizione del  CEINGE di Napoli hanno evidenziato come in Italia sono state identificate almeno 5 differenti varianti, ma per definirle tali e soprattutto per definirne le mutazioni vere e proprie servono maggiori dati a riguardo. Inoltre sono in corso altri studi per definire l’incidenza nelle varie mutazioni e varianti del virus nelle varie regioni.

 

Un nuovo virus a Napoli, c’è da preoccuparsi?

Anche la città di Napoli ha in questi ultimi giorni la sua personale variante. Infatti il 17 Febbraio 2021 è stata identificata nella bellissima metropoli campana una rara forma del virus del tutto nuova nel nostro Paese, grazie ai gruppi di ricerca dell’Università Federico II e dell’Istituto Pascale, subito ribattezzata “variante napoletana“.

Questa variante del virus era stata individuata sinora  soltanto in maniera non significativa in altre zone del mondo per un totale di un centinaio di casi: 39 nel Regno Unito, un numero simile anche in Danimarca e pochi altri casi tra Belgio, Finlandia, USA e Spagna.

Il suo nome tecnico è B.1.525, ed è stata scoperta  in Italia  attraverso un uomo proveniente da un paese africano, risultato poi positivo al tampone all’atterraggio a Napoli. L’ulteriore lavoro di sequenziamento del tampone da parte degli scienziati è stato utile a capire proprio l’identità precisa di questa nuova forma del virus Sarscov2, individuando alcune particolari mutazioni della proteina Spike.

Ci sono infatti alcune mutazioni che presentano una certa analogia con quelle della nuova variante inglese (anche se non del tutto) ed ulteriori mutazioni simili a quelle delle varianti brasiliane e sudafricane. Queste ultime preoccupano maggiormente per via della mutazione E484K, considerata la “peggiore” poiché permetterebbe al virus di sfuggire in parte alla protezione post-vaccinale, inficiandone così l’efficacia.  Senza considerare anche l’altra mutazione che riguarda la proteina spike, denominata Q677H, che con la variante inglese condividerebbe la maggiore trasmissibilità.

Questa variante era del tutto nuova in Italia e si pensa possa essere di origine nigeriana. Il soggetto menzionato però ha seguito il suo periodo di isolamento fino a sicura guarigione e non ha avuto ulteriori contatti. Per tale motivo la variante sembra non essersi diffusa a livello regionale e quindi nazionale.

Riflettiamo sul futuro

La comparsa di questa nuova variante è un ulteriore monito per la minaccia di una maggiore contagiosità  e infezione, e soprattutto per la possibilità più o meno remota che in futuro le mutazioni possano creare virus con una diversa proteina Spike, quella bersagliata dagli anticorpi prodotti post-vaccino, dando resistenza all’unica forma di protezione oggi disponibile.

Per tale motivo sono in corso ulteriori studi per comprendere la reale pericolosità di tali varianti,  e soprattutto per creare tecniche di sequenziamento sempre più rapide per scovarle nel minor tempo possibile, impedendone la diffusione su larga scala.

La lotta al virus si sta consumando non solo sulle varie disposizioni nazionali o la produzione dei vaccini , ma anche sulla ricerca  e sul monitoraggio di queste nuove varianti, che devono essere seguite con una stretta sorveglianza  per impedire una futura resistenza del virus ai vaccini stessi, oltre che una possibile inefficacia di test diagnostici e dei farmaci finora utilizzati.

Quello che possiamo fare tutti noi è per ora il rispetto delle norme e promuovere la partecipazione sempre più massiva alla campagna vaccinale, uniche armi per impedire l’ulteriore diffusione del virus e così la comparsa di nuove mutazioni e varianti sempre più pericolose.

 

Contatta l’esperto in merito a questo argomento.

 

a cura del Dott. Francesco Di Fraia

UOC Cardiologia e UTIC
Università della Campania L. Vanvitelli
AORN dei Colli – Ospedale Monaldi
Napoli